Accesso utente

Flexecurity : analisi disegno di legge Ichino

Valutazione sul   
DISEGNO DI LEGGE n. 1481 – Flexecurity (Ichino  )
 
(In grassetto le mie riflessioni; con carattere normale gli estratti dalla proposta di legge Ichino e altri)
Premessa, la proposta di legge si riferisce alla disciplina dei licenziamenti individuali e propugna il superamento del cosiddetto “mercato duale” .
Tale superamento avverrebbe prevedendo per legge un unico contratto a tempo indeterminato valido per tutti (salvo alcune tipologie di lavoro che per la natura della prestazione hanno carattere  temporaneo).
Tale nuovo contratto prevede che l’azienda possa licenziare il singolo lavoratore per motivi economici e organizzativi. La verifica della sussistenza di tali motivazioni è sottratta al controllo della magistratura in quanto tali motivi rientrerebbero nella sfera di esclusiva competenza dell’azienda secondo il principio - affermato dai proponenti ma contestato da altri - di insindacabilità delle scelte aziendali economico-organizzative .
Al lavoratore licenziato spetterebbero somme, in parte a carico dell’azienda e in parte a carico della collettività, per un periodo massimo di quattro anni durante i quali “enti bilaterali” si occuperebbero della formazione e di tutte le attività volte al reinserimento nel mondo del lavoro. Il lavoratore durante tale periodo deve essere a disposizione dell’ente secondo un orario settimanale corrispondente all’orario di lavoro praticato in precedenza.
Il lavoratore potrebbe impugnare il provvedimento di licenziamento solo dimostrando che si tratta di atto discriminatorio.
 
Dalla relazione di accompagnamento alla proposta di legge.
“Il nostro Paese deve affrontare una emergenza grave nel suo mercato del lavoro: la situazione di vero e proprio apartheid che divide i 9 milioni di lavoratori protetti (dipendenti pubblici e dipendenti stabili da aziende private cui lo Statuto dei lavoratori del 1970 si applica nella sua interezza), dagli altri 9 milioni di lavoratori sostanzialmente dipendenti, che oggi portano tutto il peso della flessibilità di cui il sistema ha bisogno”.
Da sottolineare la terminologia usata:
 apartheid, emergenza grave, dipendenti “stabili”, “protetti”, definizioni che negli articoli di giornale diventano “iperprotetti” e “privilegiati”, per accreditare la tesi che si parli di lavoratori a cui si riconosce un diritto eccessivo, appunto privilegiato. Addirittura, nel seguito, la tutela riconosciuta a tali lavoratori (divieto di licenziamento  senza giusta causa) viene definita “posizione di rendita
Basterebbe questo per capire la natura dei soggetti firmatari della proposta o almeno degli estensori della nota di accompagnamento, ma c’è di più, molto di più.
“..due facce della stessa medaglia, entrambe prodotto di un ordinamento il cui alto grado di proiettività (nonostante l’espulsione dal mondo del lavoro “protetto” di centinaia di migliaia di lavoratori) è inversamente proporzionale all’estensione della sua area di applicazione effettiva”.
Si vuole accreditare la tesi che il mercato duale sia il frutto dell’alto grado di protettività che contraddistinguerebbe il mercato del lavoro in Italia. In realtà un mercato duale esiste in Italia da decenni e riguarda la minore tutela per  lavoratori impiegati in unità produttive con meno di 15 dipendenti e in imprese con meno di 60.
Quel mercato duale era, nelle tesi imprenditoriali, necessario per tutelare le diverse esigenze di tali strutture aziendali, era, cioè, una esigenza del mondo produttivo .
La dualità del mercato del lavoro era, cioè,  considerata necessaria dal mondo imprenditoriale.
Nel corso degli ultimi anni, con l’introduzione dei contratti “atipici” il mercato del lavoro si è ulteriormente frammentato.
Ci si deve chiedere perché in Italia le assunzioni con contratti atipici siano generalizzate, anche laddove non è applicabile l’art. 18.
La risposta è facile, la normativa che regola i contratti atipici riduce l’onere economico a carico dei datori di lavoro e consegna  al datore di lavoro un potere di condizionamento enorme nei confronti del singolo lavoratore.
In realtà, non è tanto la normativa, quanto l’uso illegittimo che le imprese ne hanno fatto. La legge prevede contratti atipici in relazione alle caratteristiche della prestazione lavorativa;  ma le aziende camuffano la prestazione sottostante per poter utilizzare il contratto atipico, essendo questo vantaggioso per l’azienda stessa.  
Lo ammettono gli stessi firmatari della proposta di legge.
“..esso genera infatti da una parte posizioni di rendita( sembra incredibile ma si riferiscono ai lavoratori tutelati dall’art. 18  ),dall’altra situazioni di precarietà di lunga durata, per ragioni che hanno poco o nulla a che vedere con il merito delle persone interessate o con esigenze tecnico-produttive..”
Il mercato non è quindi duale,  infatti le due realtà preesistenti si sono a loro volta divise, generando una serie di conseguenze negative per i lavoratori, sia per i nuovi assunti con contratti atipici, sia per gli altri .
E’ evidente infatti che la presenza, nella stessa azienda, di lavoratori con contratti così diversi, sia sul piano economico, sia sul piano delle tutele, ha reso tutti più deboli. E’ ragionevole ipotizzare che tale situazione abbia contribuito a determinare le condizioni di perdita di potere di acquisto delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e forse anche ad aggravare i fenomeni di recessione.
I contratti atipici, almeno nella loro reale applicazione, sono i responsabili della nuova frammentazione del mercato del lavoro.
Pertanto, se fosse veramente questo il problema, dovremmo agire per ricondurre la quantità dei contratti atipici al loro numero fisiologico, legato cioè alla natura della prestazione.
Per farlo esistono due modi:
·         eliminando  le convenienze economiche (come previsto dalla proposta del P.D.);
·         rendendo facile per il lavoratore farsi riconoscere il contratto “normale” in tutti i casi in cui la prestazione sottostante non giustifica il contratto atipico.
In sostanza il mercato del lavoro differenziato può essere ammissibile se legato a caratteristiche specifiche della prestazione lavorativa, mentre in Italia è stato creato un nuovo mercato del lavoro slegato dalle caratteristiche della prestazione.
In teoria, ciò è stato fatto  per incrementare l’occupazione, in realtà per modificare a favore delle aziende il rapporto di lavoro.
Infatti, l’occupazione cresce in relazione ad un insieme di fattori ultranoti: investimenti, innovazione, ricerca, funzionamento della  P. A. , informazione, legalità, coesione sociale, redistribuzione del reddito, ecc.  - che consentono sia l’aumento della produttività, sia l’allargamento del mercato - e non con la creazione di mercati del lavoro paralleli.
L’inefficienza di un mercato fatto di precarietà viene ammessa dagli stessi proponenti
 “Ma anche perché esso è inefficiente: per un verso, scoraggia l’investimento nella formazione dei lavoratori che ne avrebbero più bisogno, i precari; per altro verso, nella parte più protetta del tessuto produttivo, genera una cattiva allocazione delle risorse umane; per altro verso ancora, espone gli imprenditori più scrupolosi alla concorrenza differenziale di quelli più spregiudicati nell’utilizzo della manodopera al di fuori del tipo-legale del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato”.
Quindi il problema sono i contratti atipici ed è questo mercato che va ridotto ai minimi termini.
Gli stessi proponenti, nel capitolo in cui parlano delle ragioni per cui le imprese dovrebbero essere favorevoli, ammettono che ciò è possibile, se la legge venisse applicata.
“l’incentivo negativo, viceversa, deve essere costituito da una applicazione rigorosa e generalizzata dei limiti di durata complessiva dei contratti a termine, dei limiti assai restrittivi posti dalla legge Biagi per il “lavoro a progetto” (richiamiamo in proposito particolarmente le circolari del Ministero del Lavoro n. 17/2006 e n. 4/2008) e del divieto di simulazione del lavoro autonomo anche nella forma della “partita Iva”.
Invece si vuole utilizzare la frammentazione del mercato del lavoro, creata artificialmente, per ottenere che tutto il mercato del lavoro si uniformi al principio
“..dell’insindacabilità delle scelte aziendali economico-organizzative..”
Principio che , secondo i proponenti, non potrebbe in nessun caso, salvo in teoria per il licenziamento discriminatorio,  essere soggetto ad alcun giudizio da parte della Magistratura.
Il giudice,però,  potrebbe intervenire esclusivamente nel caso in cui un lavoratore chieda di verificare se un licenziamento è legato ad esigenze reali e non volta a perseguire altre finalità.
Ci sono mille modi mediante i quali un’azienda può condizionare l’operato dei lavoratori facendolo passare per esigenze aziendali. E’ questione nota a chiunque abbia lavorato alle dipendenze di altri.
Affermare il principio dell’insindacabilità - da parte della Magistratura - delle scelte aziendali economico-organizzative, nell’ambito di una normativa che assegna all’azienda il potere di licenziare  “per motivi economici od organizzativi” significa potere assoluto e insindacabile dell’azienda nei confronti del lavoratore.
Farebbe sorridere, se non fosse finalizzata a ridurre le tutele dei lavoratori, l’affermazione secondo cui
“L’esperienza ormai quarantennale dell’applicazione dell’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori, d’altra parte, ha mostrato quanto i giudici del lavoro siano capaci di individuare in modo rapido ed efficace la discriminazione antisindacale nei luoghi di lavoro: tutto induce pertanto a ritenere che essi ‑ quando venga a cadere il diaframma oggi costituito dall’onere della prova a carico dell’imprenditore circa la sussistenza del giustificato motivo oggettivo ‑ saranno altrettanto capaci di individuare la discriminazione ..” 
Affermazione che vorrebbe farci credere che il giudice, privato oltretutto della facoltà di valutare la validità delle ragioni tecnico-organizzative, possa individuare oggettivamente le finalità discriminatorie ed annullare i relativi licenziamenti.
Ci sono mille aspetti discutibili nell’impianto della legge:
·         dallo snaturamento del sindacato, coinvolto in enti bilaterali di gestione dei licenziati;
·         alla possibilità delle aziende di determinare le condizioni per la nascita, di fatto, di sindacati di comodo (non basta il divieto per evitare che ciò accada). I sindacati aziendali sono fatti di lavoratori soggetti a condizionamenti di tutti i tipi.
·         alla rappresentazione idilliaca di enti bilaterali a gestione paritetica che opererebbero con
“         un servizio di assistenza intensiva (ho detto intensiva, ragassi) per la ricerca della nuova occupazione “programmata, strutturata ( ho detto programmata e strutturata) e gestita secondo le migliori tecniche del settore”
·         all’aumento del periodo di prova,
·         al diritto alla ricollocazione, cioè alle tutele previste dalla legge proposta, solo dopo un anno di servizio
 
che possono rappresentare nuovi escamotage per creare ulteriori contratti precari  ecc.
 
Servirebbero molte pagine ancora, ma in estrema sintesi si può affermare che:
l’impianto è chiaramente collocabile in una logica di tipo liberistico, per cui le aziende debbono poter operare senza nessun vincolo, al massimo si può chiedere loro di sostenere un costo che gli stessi proponenti calcolano
“..nell’ipotesi più pessimistica circa la durata del periodo di disoccupazione conseguente al licenziamento – durata massima di quattro anni ‑, il costo complessivo del trattamento complementare dovuto al lavoratore sarebbe inferiore a due annualità di prosecuzione del rapporto..”
“..se si riuscirà a contenere la durata media dei periodi di disoccupazione entro i tre mesi – obiettivo, questo, ragionevolmente perseguibile ‑, il costo medio della sostituzione o soppressione del posto di un dipendente con sei anni di anzianità di servizio sarà compreso tra le 7 e le 8 mensilità della sua retribuzione (comprese le indennità di preavviso e di licenziamento)..”
Penso che chiunque si renda perfettamente conto che questi fanno affermazioni prive di qualsiasi credibilità .   E’ evidente che nessuno è in grado di prevedere le possibilità di rioccupazione e che queste sono legate più alla situazione economica in essere che alle tecniche di gestione del ricollocamento.
E’ lecito ritenere che le aziende non si impegneranno più di tanto - per loro il costo massimo: due annualità, è più che accettabile.
Gli enti bilaterali serviranno a creare una sorta di complicità fra aziende e sindacati “volenterosi” e una ulteriore casta di gente che deve pur mangiare.
Il nuovo verbo sarà “fuori i rompicoglioni”: chi sciopera, chi eccepisce, chi è in grado di valutare e di denunciare.
In un contesto in cui il potere è in mano ai manager, i quali si preoccupano più dei loro interessi che di quelli dell’azienda,  spesso anche illecitamente.
Il fine principale resta comunque quello indicato da Giovanni Orlandini dell'Università di Siena.

“  attraverso il “contratto unico”, si persegue il puro e semplice obiettivo di minare il diritto alla stabilità del posto di lavoro e, per questa via, indebolire ulteriormente la forza dell’azione sindacale in azienda.
E, proprio l’indebolimento del potere negoziale e dell’autonomia del sindacato, necessario per perseguire politiche di contenimento del costo del lavoro, è se non l’obiettivo consapevolmente perseguito, certo l’effetto ultimo delle “ricette” promosse dalle istituzioni europee (con l’avallo dei governi nazionali) per far fronte alla crisi: decentramento contrattuale e libertà di licenziamento diventano, in tale prospettiva, le due facce della stessa medaglia, misure indissolubilmente connesse della medesima politica economica.”
di destra.
Renato Teodori
 
 
Art.18
http://www.lomb.cgil.it/leggi/legge300.htm#ART.%2018
http://www.cgil.lombardia.it/Root/AreeTematiche/LavoroeDiritti/Articolo18delloStatutodeiLavoratori/TestodellArticolo18/tabid/79/Default.aspx


 L'Italia di domani 

 le proposte del partito democratico 

L'indice delle pagine sul sito PD  -  Visualizza online la brochure

"L'Italia di domani" era anche il tema della Festa Democratica nazionale tenuta a Pesaro. Puoi rivedere l'intervento conclusivo di Bersani su Youdem.tv o leggere il testo integrale sul sito nazionale.