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Il PD, cioè "partito" e "democratico"

Un ragionamento sul Partito Democratico, in quattro parti.

1. Le ragioni semplici di un partito largo

Perché puntare ad essere un "partito largo"?

Primo. Non possiamo fare a meno di avere militanti e simpatizzanti, informati, effettivamente partecipanti, conseguentemente motivati, e quindi capaci di far vivere le nostre proposte e le nostre battaglie nei luoghi di vita e di lavoro. Questa capacità di prender parola positivamente e di contrastare le retoriche dell'avversario che tanti media si adoperano per far diventare senso comune è una leva a cui è impensabile rinunciare. Non solo una necessità di fronte a chi ha molti più mezzi di noi, ma una leva che tanto più è importante se l'avversario non ha la capacità di utilizzarla allo stesso livello.

Secondo. Oggi più che mai è grande la distanza tra la indicazione delle necessità, degli obiettivi di governo, e la/e concreta/e scelta/e per conseguire il risultato. La complessità è un dato delle società moderne, ma in Italia è particolarmente sottolineato per il degrado dei meccanismi di funzionamento a tutti i livelli. La bontà delle soluzioni non può venire da ambiti ristretti, è necessario il concorso di tanti saperi ed esperienze. E' uno dei punti principali su cui ruota anche il ragionamento di Fabrizio Barca. Va anche aggiunto che un processo di elaborazione largamente partecipato può essere molto più facilmente diffuso, spiegato e gestito in fase di realizzazione delle politiche.

Partito “largo” non vuole essere, per me, una nuova aggettivazione su cui forzare un'intera costruzione di profilo del partito, fino alla rappresentanza e all'identità. E' solo un criterio di verifica che mi pare efficace nel legare una serie di ragionamenti sul partito e sul suo funzionamento, con la speranza di poterne trarre dei punti fermi condivisi. 

Mi capiterà di usare anche il termine “rifondazione”. Nel senso di ritrovare i fondamentali. E su questo filo ritrovare le persone capaci non solo di ritracciare la rotta ma anche di ristabilire le condizioni di agibilità e di attraenza della politica.

 

2. Il superamento del dualismo iscritti/elettori

Iscritti ed elettori, è un dualismo che ci portiamo dietro dalla nascita. Sempre motivo di contrasti. Anche oggi, in vista del secondo congresso del PD, ritorna con la proposta di riservare ai soli iscritti il percorso congressuale, ovviamente contrastata da chi all'opposto vuole veder confermata quella seconda fase primariale. Questa volta addirittura con una terza variante-intreccio ancor più micidiale secondo la quale ci si chiude per benino a fare il congresso tra soli iscritti e poi si apre un percorso parallelo per la leadership di governo, in cui non contano tanto o solo i "nostri" elettori ma contano tutti i cittadini, in sostanza non più un passaggio di partito o di coalizione ma un pezzo di campagna elettorale, nella quale, per inciso, ognuno dei contendenti non si limiterà a caratterizzare il portato collettivo di elaborazione programmatica ma esporrà il "suo programma".

Il tutto per giunta a ridosso del voto, con evidenti conseguenze. E quindi anche con maggiori difficoltà di rapporto con eventuali alleati, sia in termini di partecipazione sia in termini di preventivo impegno a rispettare l'esito della contesa primariale.

La maledizione di quel dualismo, come sappiamo, nasce dalla fase costituente del PD quando, subito dopo la elezione di Veltroni, i lavori della Commissione statuto si trovarono di fronte alla proposta che prevedeva un partito senza iscritti, cosa ben diversa dalla positiva apertura agli elettori ascoltata al Lingotto. Dopo 40 giorni da brivido, alla fine ci ritrovammo con questa partizione in due mondi distinti, iscritti ed elettori. E tutti i nostri ragionamenti restano culturalmente e politicamente bloccati a quella mediazione, avvelenata da un contrasto profondo sul modello di partito.

Se vediamo la necessità urgente di una rifondazione radicale, dobbiamo andare oltre la maledizione di quel dualismo e tornare ad un ragionamento sui fondamentali. 

Per farlo ci dovrebbe bastare un'operazione tutto sommato semplice, andare con la memoria alle file davanti ai gazebo, sia quelli del 14 ottobre 2007, sia quelli del 2009. Ci abbiamo parlato con quella gente in fila, no? C'erano gli iscritti, c'erano gruppetti trainati dai candidati nelle liste, c'era anche qualcuno che aveva "sbagliato fila", giovani attratti dalla proposta, e poi c'erano tutti gli altri, cioè la stragrande maggioranza. Qual era il profilo di quelle persone? Non erano volti "nuovi". Erano persone per le quali la parola "politica" era già nel vissuto, e molto spesso anche la parola "militanza". Se li abbiamo trovati lì e non dentro ad un circolo, è forse perché hanno problemi a versare trenta euro di tessera? O è perché non abbiamo saputo offrir loro altro che primarie? Erano lì per vivere un momento di spinta positiva, con la speranza di reincontrare un partito utile, che poteva essere il partito utile, unitario, incisivo, il PD. La domanda di trasparenza e di effettiva democrazia che ci viene dal nostro popolo è la stessa che chiediamo noi iscritti nei Circoli.

Superare intellettualmente quel dualismo, rifiutare una cristallizzata distinzione tra iscritti ed elettori che non esiste in natura. Non esiste guardando agli elettori, ma nemmeno esiste guardando agli iscritti se non vogliamo tapparci gli occhi di fronte al saliscendi del numero iscritti tra anni congressuali e non. Operare per essere un partito largo, sia nel modello, sia nei comportamenti territoriali. Offrire a tutto il nostro popolo un rapporto reale tra una primaria e la successiva.

Se davvero lo si vuole il partito largo, non è difficile disegnare un modello diverso di funzionamento. E poi quel modello lo si organizza; e lo si difende, invece di scaricarci sopra ogni volta il conflitto politico.

Ancora una volta, in queste settimane, vediamo invece che elementi del modello sono posti in discussione con evidenti torsioni tattiche legate ai posizionamenti congressuali o a visioni congiunturali, dalla coincidenza tra Segretario e candidato Presidente del Consiglio, alle modalità delle primarie (congressuali e non). Basta farsi male.

 

3. Il tempo, i servizi, internet, ovvero il SIP

Bel titolo ermetico ;-) . La sua forma esplicita potrebbe essere: costruiamo il partito curandone il funzionamento in forme tali che possa essere vissuto e partecipato dalla più ampia parte di militanti e simpatizzanti, forme abilitate da un uso appropriato della rete e attuando il “sistema informativo per la partecipazione” previsto nel nostro statuto.

Cominciamo dal tempo, quello che hanno a disposizione le "persone normali" per la politica. Dopo una giornata di lavoro, incombenze varie, pensiamo che una passione civile e politica possa impegnare un tempo mediamente superiore ai 20 minuti? E' poco? Dipende. Certo che se siamo organizzati in modo tale che solo per essere informati servono 2 ore al giorno non avremo mai un partito largo, avremo un partito stretto, pochissimi in grado di "far politica", pochissimi in grado di partecipare.

All'interrogativo sul quel tempo abbiamo risposto "dipende". Da cosa? Dalle nostre forme di relazione e dall'uso di "logiche di servizio".

Dalle nostre forme di relazione, da quanto, ad esempio, il confronto sia effettivamente svolto negli organi invece che in interviste su una decina di quotidiani e tante comparsate televisive. O dal vizio di produrre materiali che sono sempre all'estremo inferiore o superiore, o volantini con qualche slogan o documenti corposissimi e spesso mal sintetizzabili, con 4 o 5 mediazioni risolte su una parola o un aggettivo.

Dalle logiche di “servizio”. Perché comunque le quantità e i flussi di base sono rilevanti, rispetto al tempo dedicabile. E serve quindi il valore aggiunto di una resa in termini di servizio, a tutti i livelli, ricercabilità dei materiali, cura dei canali di conversazione, selezione e sintesi, ecc. La semplice trasparenza non basta. Servizi informativi, ma anche di interazione, regolati, dimensionati... mica basta aprire un canale.

Certo, i contenuti. Ma se hai regolato un flusso di domanda vedrai che escono anche i contenuti che servono. Detto per inciso, possibile che di fronte al martellare di "non è di destra né di sinistra" e il "sono tutti uguali", veri e propri assi sui quali siamo stati disarticolati e Grillo ha invece costruito il suo successo, non siamo stati capaci di produrre 2-3 paginette, non strumentali, veritiere e incontestabili, corredate dai link ai necessari supporti dimostrativi, sull'insieme delle diversità di proposte e comportamenti, parlamentari e non, tra “loro e noi”? Abbiamo cercato di farcele nei circoli, ma alla buona. Avrebbe dovuto essere il nostro mantra.

Nel sostenere la logica di servizi per la partecipazione, va esplicitato anche un corollario. Perché realizzare servizi è un gioco che chiede risorse, e non poche. Ma le risorse umane, che sono la gran parte, le abbiamo. E sono risorse volontarie. Non può essere però un apporto spontaneo. Questo tipo di volontariato va riconosciuto, ne va incardinata la funzione, e va conseguentemente organizzato. Non è un punto banale.  Se si preferisce che a lavorare siano risorse pagate, ritenute più sicure o meglio governabili, vuol dire ...che i servizi non si faranno. Meno partecipazione. Partito più stretto. E a maggior ragione tutto questo vale in condizioni di risorse finanziarie sempre più scarse.

Un sistema di servizi informativi e di relazioni partecipative. Dire che debba essere basato in rete è dire una ovvietà. Eppure abbiamo preferito indulgere alle battute su Grillo, avvalorando il concetto che il fattore rete possa prevedere il supporto ad un solo modello organizzativo, quello della democrazia diretta. O anche peggio. Ovviamente non è così. Ci siamo concessi qualche sbandata per i social network (tutt'altro film) e non abbiamo la visione degli usi possibili del fattore internet nell'organizzazione e nel funzionamento del partito (vedi successivo articolo).

Anche il “funzionamento”? Sì, anche parti del funzionamento. E' possibile. Questo non destruttura niente, non toglie i punti di responsabilità. Cambia il modo di esercitare quella responsabilità. Il “partito all'altezza degli occhi” è una metafora del modello, non il modello. Probabilmente chi ostacola preferisce i "metodi da partito piccolo". Non così diversi, nella sostanza, da quelli di Grillo, in rete.

Infine, SIP. Già, perché quel sistema di servizi e relazioni lo abbiamo addirittura nello statuto. Quel Sistema Informativo per la Partecipazione lo troviamo in art.1 (definizione), e poi funzionalmente negli artt. 22 (rapporto eletti-elettori), 27 (altre forme di consultazione e di partecipazione alla formazione delle decisioni del Partito), 39 (equiparazione dei rapporti all'interno di quel sistema telematico alla ordinaria vita di partito, paritariamente rilevanti per le competenze delle Commissioni di Garanzia).

Eccola quella definizione in art.1:

Il Partito Democratico assicura un Sistema informativo per la partecipazione basato sulle tecnologie telematiche adeguato a favorire il dibattito interno e a far circolare rapidamente tutte le informazioni necessarie a tale scopo. Il Sistema informativo per la partecipazione consente ad elettori ed iscritti, tramite l’accesso alla rete internet, di essere informati, di partecipare al dibattito interno e di fare proposte. Il Partito rende liberamente accessibili per questa via tutte le informazioni sulla sua vita interna, ivi compreso il bilancio, e sulle riunioni e le deliberazioni degli organismi dirigenti. I dirigenti e gli eletti del Partito sono tenuti a rendere pubbliche le proprie attività attraverso il Sistema informativo per la partecipazione.

Serve inventare altro o serve fare quel che già doveva essere fatto?

Il "partito nuovo", largo, funzionalmente largo per quanto l'uso della rete ci consente, lo facciamo o no?

 

4. Un partito descrivibile, agibile, le regole e le correnti

Una costante del far politica, anche nel nostro partito, è il fatto di non assumere il complesso regolativo (statuti, regolamenti, ecc.) come un preesistente condiviso e vincolante ma di farne oggetto stesso del conflitto nello svolgersi dell'azione politica. 

Se le regole non tengono, saltano le garanzie per ogni apporto militante all'interno del collettivo. Una conseguenza, forse ancor più grave, sta nel fatto che non sono in grado, attraverso le regole, di indicare "come funziona il partito" ad uno che si avvicina per iscriversi e mi chiede, appunto, come funzioniamo. 

Ma c'è anche un secondo motivo più forte per il quale le regole dichiarate non possono descrivere il funzionamento del partito. Parte del tutto rilevante dell'attività politica non passa infatti dai luoghi descritti dal nostro statuto. Gli stessi meccanismi congressuali, il cuore del funzionamento, oggi non si attiverebbero mai se non vi fossero a monte quelle aggregazioni dalle quali discendono candidature e liste. Volgarmente dette "correnti".

Un partito così impostato può essere attraente (ancora una volta largo/stretto)? Può riuscire a svolgere il ruolo che per sé dichiara nel panorama politico italiano, e nella società italiana, e al punto in cui siamo?

Anche chi ha scelto consapevolmente e legittimamente di partecipare attraverso una di quelle forme organizzate può davvero dirsi soddisfatto di come all'interno di quella determinata componente è selezionato il gruppo dirigente? E non è forse vero che non sono pochi coloro che dentro questo nostro partito saprebbero indicare validi dirigenti anche tra chi era diversamente schierato nell'ultimo congresso e sarebbero ben decisi a non concedere fiducia a qualcuno pur inserito nelle liste sostenute?

Non serve insistere con le motivazioni critiche. Nelle ultime settimane le critiche sono state formulate in modo netto, al livello più autorevole.

Ora però devono trovare una traduzione velocissima, perché la prossima settimana si riunisce la Commissione per il Congresso e nell'arco di una ventina di giorni si formeranno gli orientamenti sia per modifiche statutarie sia per le modalità specifiche di questa tornata.

E' un tempo molto breve, ed è facile immaginare che ci si concentrerà su poche cose. Ma le cose da toccare non sono poche se si pensa che non debba più ruotare tutto intorno alle correnti, è tutto un sistema di funzionamento che devi ricostruire, motivazioni, strumenti, profili di responsabilità negli organi, procedure di selezione, sistemi di garanzia, ecc.

Come sempre, non si fa tutto insieme. Serve che i primi passi spingano il processo nella giusta direzione.

Se il lavoro della Commissione dovesse confermare sic et simpliciter il meccanismo delle liste bloccate, architrave della riproduzione correntizia, vuol dire che staremmo scherzando. Se un metodo diverso lo si vuole cercare, si trova.

Il fatto che si proceda prima con i livelli regionali e territoriali e solo successivamente con il livello nazionale cambia lo scenario ma di per sé non risolve il punto.


 L'Italia di domani 

 le proposte del partito democratico 

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"L'Italia di domani" era anche il tema della Festa Democratica nazionale tenuta a Pesaro. Puoi rivedere l'intervento conclusivo di Bersani su Youdem.tv o leggere il testo integrale sul sito nazionale.